Quando un'azienda entra in una fase di crisi, il marketing è spesso tra le prime voci a subire tagli. I grandi shooting vengono rimandati, gli eventi cancellati, i collaboratori esterni ridotti e i budget pubblicitari spostati verso canali in grado di generare vendite immediate. La logica è comprensibile. Il problema nasce quando l'ottimizzazione si trasforma nello spegnere tutto ciò che non porta a una conversione istantanea.
Una crisi richiede una struttura di marketing diversa, non l'assenza di marketing.
Le ricerche di Les Binet e Peter Field hanno da tempo individuato un riferimento indicativo di 60/40 tra costruzione del brand nel lungo periodo e attivazione nel breve. Non è una formula universale, valida per ogni azienda, categoria o fase di crescita, ma il principio resta attuale: quando un brand punta troppo sul performance marketing, rischia di sostenere le vendite di oggi a scapito della domanda di domani.
Durante una crisi, questo equilibrio può cambiare. Una quota maggiore del budget pubblicitario può andare alla conversione, alla fidelizzazione e ai pubblici che già conoscono il brand. Ma destinare almeno una parte del budget alla notorietà e all'acquisizione di nuovi clienti resta essenziale. Altrimenti, dopo qualche mese, ci si può ritrovare con il fondo del funnel perfettamente ottimizzato e nessuno di nuovo che vi entra.
Sparire completamente dalla scena è rischioso. Le ricerche sulle pause pubblicitarie mostrano che lunghi periodi senza comunicazione sono spesso seguiti da un calo delle vendite, soprattutto per i brand più piccoli e per quelli che stavano crescendo. Quando i concorrenti riducono la propria attività, mantenere visibilità può diventare particolarmente prezioso. Un minore rumore pubblicitario può offrire l'occasione di proteggere la propria share of voice senza spendere quanto prima.
Questo non significa continuare a spendere come se nulla fosse cambiato.
Un evento di moda per 200 ospiti può diventare una cena intima per 20 clienti chiave. Un evento costoso pensato soprattutto per produrre contenuti può lasciare spazio a una partnership sociale o benefica, utile allo stesso tempo per PR, community, visibilità e contenuti. Una grande produzione può trasformarsi in uno shooting più contenuto, progettato fin dall'inizio per creare materiali destinati a campagne, social, sito, email e pubblicità a pagamento.
La domanda centrale non è più Quanto possiamo tagliare?, ma Per cosa stiamo pagando, esattamente?
Ogni collaboratore esterno, servizio e attività di marketing dovrebbe passare attraverso una verifica semplice. Che contributo concreto porta all'azienda? Abbiamo davvero bisogno di quel risultato adesso? Possiamo ottenerlo in modo più efficiente o internalizzare quella funzione?
Spesso è qui che i brand trovano budget rimasti intoccati per anni: strumenti duplicati, abbonamenti che nessuno usa davvero, produzioni sovradimensionate, contenuti dalla vita brevissima o attività affidate alle agenzie che uno specialista interno competente potrebbe già gestire.
Anche la base clienti esistente merita la stessa attenzione. In un mercato difficile, acquisire un nuovo cliente tramite paid media può costare molto di più che far tornare qualcuno che conosce già il brand. Il CRM smette di essere un canale secondario. Segmentare in base a recenza d'acquisto, frequenza, valore medio dell'ordine, categoria e status VIP o VIC consente di costruire comunicazioni basate sui comportamenti reali, invece di inviare a tutti lo stesso messaggio: 20% di sconto fino a domenica.
Anche gli sconti vanno ripensati. Quando le vendite rallentano, le promozioni continue possono sembrare la risposta più semplice. Ma quando i clienti si abituano all'idea che il prezzo pieno esista solo tra una vendita promozionale e l'altra, il valore percepito comincia a scendere insieme al margine.
Per i brand fashion e luxury, possono funzionare meglio proposte a valore aggiunto: shopping privato, accesso anticipato, servizio personalizzato, omaggi con l'acquisto, set speciali, edizioni limitate o offerte pensate appositamente per la clientela più fedele.
Una crisi è anche il momento giusto per tornare a guardare il cliente. Chi un anno fa acquistava per novità o status oggi potrebbe dare più peso alla versatilità, alla durata, al servizio o a un rapporto più chiaro tra prezzo e valore. Riproporre lo stesso messaggio con uno sconto più alto difficilmente risolverà questo cambiamento.
Infine, un brand dovrebbe decidere in anticipo su cosa non è disposto a tagliare in alcun caso. Qualità del prodotto. Servizio. Identità visiva. Un certo standard produttivo. I rapporti con i clienti chiave. Tutti quegli elementi che rendono il brand riconoscibile, prima di tutto.
Perché ottimizzare il marketing in una crisi non significa diventare straordinariamente bravi a spendere meno.
Significa capire dove il denaro sta semplicemente scomparendo e dove, invece, sta proteggendo la domanda, la relazione con i clienti e il valore futuro del brand. La prima categoria può essere tagliata senza esitazioni. La seconda è esattamente ciò di cui l'azienda avrà bisogno quando il mercato ricomincerà a muoversi.