Negli ultimi giorni, le immagini fashion hanno smesso di funzionare come semplice complemento alla storia e sono diventate esse stesse la storia. Da Saint Laurent, il frame si trasforma in qualcosa di molto vicino a un cortometraggio. Nella prima anteprima di Vogue della nuova mostra del Costume Institute del Met, il corpo viene letteralmente ripiegato nella storia dell’arte. Perfect, invece, ci ricorda che una pop star può essere molto più del volto di un’epoca e diventare il suo genere visivo. Nell’ultima settimana sono emersi diversi servizi che sembrano meno uscite isolate e più uno snapshot della direzione verso cui si sta muovendo oggi l’immaginario fashion.
Mentre Justin Bieber dominava la conversazione intorno al Coachella, Hailey Bieber si prendeva un altro tipo di riflettore nella nuova campagna di Saint Laurent. Fotografata da Nadia Lee Cohen, la serie abbraccia il suo linguaggio visivo distintivo: un po’ glamour artificiale, un po’ melodramma rétro e una bellezza quasi troppo perfetta per essere del tutto innocua.
Ed è proprio per questo che Hailey funziona qui non solo come celebrità davanti alla macchina fotografica, ma come personaggio completamente costruito. In queste immagini, Saint Laurent fa ciò che sa fare meglio: trasformare il desiderio in una fantasia cinematografica controllata.
Un tipo di forza visiva completamente diverso arriva attraverso Vogue e il Met. Le prime immagini della nuova mostra del Costume Institute, fotografate da Ethan James Green, presentano la moda non solo come spettacolo, ma come un modo di pensare il corpo.
Qui gli abiti entrano in dialogo con l’arte e la mostra stessa suggerisce qualcosa di più ampio della semplice esposizione di moda. Pone l’accento sulla vestizione come forma di rappresentazione, costruzione e argomentazione culturale. Non è più soltanto moda come immagine, ma moda come discorso.
All’altro estremo dello spettro c’è Sabrina Carpenter per Perfect Magazine, dove la pop star entra in un registro più oscuro e teatrale. Intervistata da Marc Jacobs e fotografata da Bryce Anderson, Carpenter appare in una veste più tagliente, più dura e molto più calcolata rispetto alla dolcezza a cui è spesso stata associata.
Nell’energia del servizio c’è quasi qualcosa di vicino all’estetica di Blackout: lucido, performativo, leggermente pericoloso. Sembra il preludio perfetto a una nuova fase, in cui Sabrina non sta più chiedendo attenzione, ma la sta guidando.
La cover di Vogue con Meryl Streep e Anna Wintour si muove in una direzione del tutto diversa, dritta nella mitologia pop-culturale. Fotografata, naturalmente, da Annie Leibovitz, l’immagine acquista forza non dalla novità, ma dal peso simbolico di tutte le persone coinvolte.
Aggiungi Greta Gerwig al numero, come dichiarata ammiratrice de Il diavolo veste Prada, e il servizio diventa molto più di un semplice pacchetto editoriale. Diventa uno scontro volutamente orchestrato tra potere fashion, cinema, memoria ed eredità istituzionale. Che le immagini siano formalmente rivoluzionarie o meno, quasi smette di avere importanza. Il punto è che sembrano già storiche.
Un altro servizio che si distingue per motivi del tutto diversi è la storia di Harper’s Bazaar Korea con Tilda Swinton e Haider Ackermann. Fotografato da Fanny Latour-Lambert, sembra meno un editoriale fashion nel senso tradizionale e più una testimonianza visiva di intimità, fiducia e amicizia artistica.
Il loro rapporto, che dura da più di vent’anni, conferisce alle immagini una profondità emotiva che le storie di moda spesso imitano ma raramente riescono a raggiungere. In un momento in cui gran parte dell’immaginario fashion vende tensione, questo è costruito sulla vicinanza. Ed è proprio questo a renderlo così sorprendente.
E poi c’è di nuovo Saint Laurent, questa volta sotto forma dei polaroid SS26 di Anthony Vaccarello. Se la campagna di Nadia Lee Cohen costruisce un dramma stilizzato, queste immagini lavorano con qualcos’altro: una sorta di informalità controllata. Sembrano spontanee, ma mai casuali. Ed è proprio in questa tensione che Saint Laurent oggi esprime il suo lato più forte.
Il brand non ha bisogno di una narrazione rumorosa quando può trasformare distanza, freddezza e desiderio in un linguaggio visivo tutto suo. Nel complesso, questi servizi suggeriscono che oggi l’immagine fashion più convincente opera su tre livelli insieme: come campagna, come commento culturale e come immagine del momento stesso.
Ecco perché il dialogo tra Saint Laurent, Vogue, Perfect, Harper’s Bazaar Korea e il Met non sembra davvero competitivo. Parlano in dialetti visivi diversi, ma ruotano tutti attorno alla stessa idea: la moda non vuole più essere soltanto bella. Vuole mettere in scena qualcosa, incarnare qualcosa e restare nella mente più a lungo della durata di una story.